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Diritto all’oblio, garanzia o illusione?

Cosa succede a chi, dopo un reato, un fallimento imprenditoriale o il coinvolgimento incolpevole in un fatto di cronaca, cerca di archiviare il passato e ripartire? Ne parliamo con Camillo Milko Pennisi, ex consigliere comunale di Milano, il cui caso fece rumore quasi un decennio fa e che oggi è tra i fondatori di www.reputationpartners.it.

Pennisi, perché il diritto all’oblio?

Il diritto all’oblio è un parametro fondamentale per una giustizia giusta: serve ad assicurare che nessuno sia legato irreversibilmente al passato; la Costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione, ma come fai a rieducare qualcuno che sa che il suo passato lo condannerà per sempre?

Tra il mondo reale e quello digitale, che succede del diritto all’oblio?

Succede che, siccome non c’è più distinzione tra il mondo reale e quello digitale, il passato non passa mai, ed eventi lontani nel tempo continuano a restare in primo piano, come se le persone non potessero cambiare.

Nel mio caso, ho abbandonato la politica, ho scontato una pena e sono stato riabilitato, eppure, dopo anni, il passato era ancora lì: ho avuto più volte la percezione che alcune opportunità fossero sfumate perché gli articoli più cattivi che erano stati scritti nei miei confronti erano in prima pagina nei motori di ricerca.

La riabilitazione non cancella il passato?

No, con la riabilitazione lo Stato cancella il tuo reato dai suoi archivi, ma tu devi combattere tutti i giorni contro Internet: non importa quanto tempo è trascorso, cosa hai fatto di buono prima o dopo, quanto sei cambiato, per i motori di ricerca tu sei sempre “quello lì”.  

E da questa situazione che nasce il suo nuovo impegno? 

Sì, ho collaborato con l’associazione “Sulle Regole” di Gherardo Colombo per un convegno su Internet e il diritto all’oblio. Ho conosciuto molte persone impotenti contro il passato: imprenditori che trovano le porte chiuse per un’iniziativa andata male dieci anni prima, professionisti la cui immagine è rimasta macchiata da fatti a cui magari sono stati accostati senza loro vere responsabilità.  Su questa strada ho incontrato dei professionisti della comunicazione, delle strategie web e dei servizi legali, e così è nata l’idea di Reputation Partners .

Ora c’è il diritto all’oblio, tutto dovrebbe essere più facile.

Nel 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito il diritto di ottenere la rimozione di riferimenti su internet a notizie inesatte, non vere e lesive dell’immagine di una persona, o non più attuali, ma non è un diritto assoluto.  Ci sono le decisioni del Garante per la Privacy, le sentenze della Core di Cassazione, ma non è così semplice.  La Corte di Giustizia ha dettato i principi, ma tutto è in mano ai motori di ricerca e agli editori dei siti, che tra l’altro non vorrebbero neppure questo potere: servono delle regole chiare che nessuno ha ancora scritto.

Su internet però ci sono offerte commerciali, garanzie di successo, sembra che tutto sia lineare, quasi facile.

Bisogna essere onesti: il diritto all’oblio non è assoluto, non sempre è una strada percorribile o dai risultati completi, per questo serve una visione globale dei problemi di ciascuna persona, servono dei partner professionali, persone che comprendano il significato del problema e non diano risposte “fatte in serie”.

Un consiglio finale a chi sta lottando per ricostruire la propria reputazione.

Ci sono persone davvero schiacciate dal loro passato, il primo consiglio è di cercare aiuto, non restare soli, è importante per esempio avere qualcuno che continua a starti vicino con cui condividere queste difficoltà. Poi, per l’aspetto professionale, la verità è che il diritto all’oblio e la web reputation non sono un mero problema di posizionamento sul web, spesso serve un’assistenza legale preparata affidabile, talvolta è necessario anche un supporto per una comunicazione proattiva.  

Ognuno di noi ha una storia diversa, ognuno dovrebbe valutare a tutto campo le strategie migliori per riconquistare la propria reputazione.

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